dall' Editoriale di Scuola italiana moderna.
Paola Bignardi
Le relazioni interpersonali sembrano aver raggiunto
livelli di conflittualità preoccupanti: basta che guidando l’auto facciamo una manovra poco ortodossa, che si scatena un concerto di clacson; che una persona ci
faccia due volte la stessa domanda, perché le rispondiamo
in maniera spazientita; che il vicino di casa faccia
troppo rumore, perché si ricorra all’amministrazione
del condominio. Ciascuno di noi avrebbe infiniti
esempi da portare: aneddoti che qualche volta fanno
sorridere o situazioni di tensione in cui si sperimenta
la sofferenza di non capirsi e di percepirsi uno contro
l’altro. E accanto agli episodi comuni della vita quotidiana,
vi sono i fenomeni più preoccupanti che trasformano
uno stadio in un campo di battaglia o una
trasmissione televisiva in una rissa davanti a milioni di
spettatori.
Sembra essere diventato sempre più difficile capirsi,
accettarsi, rispettarsi; dominare l’immediatezza delle
emozioni; porsi di fronte all’altro cercando di comprenderne
le ragioni senza pretendere di affermarsi su
di lui; fare lo sforzo di avvicinare le posizioni, i punti
di vista, gli interessi.
L’altro: mistero e ricchezza
L’altro: uno che è diverso da me, che mi sta di fronte;
una libertà con cui la mia libertà deve fare i conti.
Proprio per queste caratteristiche, egli è per me
dono e responsabilità; opportunità e limite. L’altro è
originale nella sua identità: genere, età, cultura, religione,
opinione. L’identità dell’altro lo fa diverso da
me, e nella sua differenza sollecita la mia originale
esperienza di vita; la costringe al confronto, le chiede
di misurarsi nella relazione. Nel contesto complesso
e mutevole di oggi, le differenze finiscono con
il generare incertezza e tensione. La rapidità dei processi
di cambiamento rende difficile elaborarli e integrarli
in una percezione di sé sempre in movimento.
L’altro ci fa sempre anche un po’ paura, nella sua alterità
e nel suo mistero. Quando la sua distanza da noi
è grande, il rischio è che ci sentiamo minacciati, e sviluppiamo
atteggiamenti di difesa: è difesa l’indifferenza
non meno del conflitto aperto, o dell’ignorare
la diversità, o del tentare di prevalere su di essa. L’altro
ci fa paura soprattutto quando la nostra identità è
troppo debole e incerta e quando di essa non abbiamo
elaborato valore e limite; ricchezza e domanda di
reciprocità.
Il confronto con l’altro è faticoso da vivere e chiede di
metterci in gioco nei nostri modi di pensare e nei nostri
atteggiamenti di fronte alla realtà. Per questo a volte
si rinuncia ad attraversare la tensione che esso genera
con l’indifferenza, la chiusura su se stessi, con l’isolamento;
ma tutto questo non fa che accumulare tensione
che prima o poi esplode. Tutta la nostra esistenza
quotidiana, nelle sue esperienze fondamentali – famiglia,
lavoro, scuola, relazioni sociali – è attraversata
da conflitti, che parlano di relazioni difficoltose o malate,
in cui l'incontro con l’altro è vissuto come un pericolo
o una minaccia.
Si sa che i ragazzi litigano, si accendono facilmente,
non hanno ancora imparato a prendere le misure su
se stessi e a tener conto dell’inevitabile limite rappresentato
dall’altro. Ma oggi anche gli adulti litigano
facilmente. L’individualismo come cultura e come
stile contribuisce al formarsi di personalità aucentrate, che esprimono la loro immaturità nel narcisismo
che ha bisogno di affermazione di sé, fino a
prevalere sull’altro; che ha bisogno di vincere a tutti
i costi, e magari di stra-vincere! E d’altra parte non
si è imparato a sufficienza a controllare le proprie
emozioni, a gestire una vita emotiva che è una grande
ricchezza quando viene orientata e controllata,
ma che rischia di travolgere chi pensa che essa sia
espressione naturale di positiva spontaneità, che
ogni autocontrollo può rischiare di mortificare e reprimere.
La scuola: un’oasi di…
Anche la scuola conosce una stagione di conflitti. Abbiamo
deciso di dedicare al tema questo numero di
SIM, consapevoli che questa è una condizione per
certi versi inedita per la scuola. Pertanto merita di essere
guardata con attenzione, pensata con calma, elaborata
con il senso della novità.
La scuola è lo specchio di una società: dunque non
c’è da meravigliarsi che in essa si manifestino situazioni
e problemi che sono presenti anche altrove. Sono
aumentati anche i soggetti che agiscono nella
scuola ed è cresciuto in alcuni di essi il senso della loro
soggettività e della loro responsabilità: si pensi soprattutto
alla famiglia. Il conflitto che si genera è naturale.
Ma è un conflitto che può avere aspetti positivi,
se insegnanti, ragazzi e genitori imparano a lasciarsi
provocare e modificare dalla fatica di attraversare
il conflitto per trasformarla in occasione di
crescita.
Allora la scuola potrà essere in modo più credibile il
luogo in cui si impara a vivere il conflitto. Uso volutamente
questo verbo generico – vivere – e non quelli
più specifici di mediare, o di gestire, per sottolineare
la ‘normalità’ di un’esperienza che appartiene
alla vita.
Vivere il conflitto significa non negarlo, non far finta
che non ci sia, non comporlo con faciloneria. Significa
pensarlo come esperienza umana: non legata semplicemente
all’oggi, benché oggi si presenti in forme
tipiche.
Viverlo significa non lasciarsi travolgere da esso, imparare a non lasciarselo sfuggire di mano, soprattutto a
controllare che non esploda come esperienza distruttiva.
La scuola ha dunque il compito di insegnare ad attraversare
i conflitti, come quei momenti di crisi che
chiedono di verificare, di trasformare il nostro modo
di essere. In altre parole, ad assumere il valore di
rinnovamento che essi hanno, di cambiamento di situazione
verso nuovi equilibri interpersonali e sociali.
Si direbbe che per insegnare tutto questo oggi la scuola
ha bisogno di recuperare il senso di questa fatica e
di apprendere modalità relazionali adeguate a trasformare
il conflitto in un’esperienza faticosa, ma positiva,
di incontro con l’altro. L’apprendimento di modalità
meno sofferte di incontro ha bisogno di allenamento
a tradurre le emozioni in pensiero, in parola
ragionevole che cerca e crea la comunicazione, il dialogo.
Ma ha bisogno anche di un clima di rispetto e di
fiducia nell’altro, del senso del valore della reciprocità,
che è molto più della somma di ciò che ciascuno
sarebbe da solo.
Domande aperte
Restano, alla fine, una domanda e un dubbio: come
può la scuola educare a vivere positivamente il conflitto,
come esperienza di confronto civile e di crescita
personale, in un contesto sociale e mediatico
che fa del conflitto uno spettacolo, legittimandolo
così come comportamento socialmente accettabile
anche nella sua dimensione violenta, incontrollata,
distruttiva?
Come far apprezzare il dialogo se i dibattiti politici
hanno toni sempre troppo aspri e sproporzionati?
Come insegnare il rispetto, se ogni mezzo è lecito pur
di affermarsi?
La scuola e gli insegnanti respirano la stessa aria avvelenata
che respiriamo tutti. D’altra parte, una volta in
classe, non è possibile – e giusto!? – tenere fuori il
mondo, né basta una buona scuola per insegnare a vivere.
La scuola e ogni educatore oggi hanno davanti a sé queste sfide inquietanti-